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Papas Makarios
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Estero

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Inserito il - 24/01/2005 :  15:03:06  Mostra Profilo  Visita l'Homepage di Papas Makarios
Matteo 16,17

Ho trascorso le vacanze di Natale nella casa paterna della mia giovanissima (e preziosa) amica archeologa/antropologa che si sta preparando per un’ennesima laurea sulla storia del Cristianesimo.

Devo avervi gia’ parlato di questa farfallina con le ali d’acciaio che ho conosciuto qui a Corfu’ dove era venuta per il programma Erasmus.
La bambina e’ cresciuta, la separazione non ha giovato alla conversazione e mio malgrado mi sono trovato davanti ad una donna con cui pareva difficile discutere.
Peraltro credo che la materia sia piu’ adatta ad essere SCRITTA in tutti i suoi argomenti su di un Forum come questo, piuttosto che essere discussa senza la possibilita’ di consultazione di testi, riferimenti, opinioni d’altri studiosi...

Ecco perche’ vi faccio partecipe della discussione, non perche’ voglia aver ragione, tutt’altro. Il solo sapere che la mia deliziosa amica si batte con vigore per le sue idee mi riempie di orgoglio e di gioia.

Anzi, faro’ cosi’: non vi diro’ qual’e’ la mia posizione e quale quella contraria, ma vi esporro’ i fatti in modo neutro, chiedendo la vostra opinione.

Cominciamo da Matteo 16,17 che verte sul primato di Pietro:

citazione:
Rispose Gesu’: “Beato sei tu, Simone figlio di Giona, poiche’ ne’ il sanfue ne’ la carne te lo hanno rivelato ma il Padre mio che e’ nei Cieli.
Io ti dico: tu sei Pietro e su questa pietra edifichero’ la mia Chiesa e le porte degli Inferi non prevarranno su di essa. Ti daro’ le chiavi del Regno dei Cieli; tutto cio’ che avrai legato sulla terra restera’ legato nei Cieli e tutto cio’ che avrai sciolto sulla Terra restera’ sciolto nei cieli.

Poi c’e’ il capitolo 17 con la descrizione della trasfigurazione che e’ un passo identico al Vangelo Apocrifo di Pietro solo che in quest’ultimo la trasfigurazione viene descritta da Pietro come un sogno che lui fa dopo la Resurrezione, risultando piu’ credibile. Ma non divaghiamo.


E’ ormai universalmente riconosciuto che il capitolo 21 del Vangelo di Giovanni e’ un’aggiunta del IV secolo. Basti pensare che il capitolo 20 termina con una conclusione e poi il 21 termina ancora con una conclusione.
Ai critici l’aggiunta e’ parsa quasi naturale ad una gerarchia tesa ad imporre la superiorita’ della Cathedra romana su quella di Antiochia e di Alessandria, che allora ne condividevano il primato.

Eppure il passo di Matteo 16,17 e’ coevo di tutto il rimanente Vangelo...
ed e’ certamente manipolato, ma perche’?
Vediamo le discrepanze:
Sappiamo che Matteo Levi era un escotitore d’imposte, che secondo la Chiesa scrisse il suo Vangelo in aramaico ( di cui nessuno, eccetto qualche Padre della Chiesa, ha mai visto) e’ scritto e usato in Palestina, Siria ed Egitto dove il suo rigore dottrinale e i riferimenti con l’Antico Testamento ne fanno uno strumento canonico di meditazione e di catechesi apostolica.
Ma Simone e’ figlio di Giovanni, (: « Tu sei Simone, figlio di Giovanni, ma sarai chiamato Cefa » Gv 1, 42) com’e’ mai possibile che un ebreo profondo conoscitore della letteratura ebraica possa ignorare che in nessuna onomastica ebraica ritorna il nome (sfigatissimo) di Giona?
Potrebbe essere un’errore del traduttore greco che davanti a barjonas tutto attaccato, che vuol dire zelota, agitatore, terrorista, abbia scelto bar jonas staccato che era pure piu’ impegnativo?

Pietro avrebbe benissimo potuto essere un barjonas, un agitatore. Non dimentichiamo, un episodio per tutti, che all’Orto degli Ulivi si presenta armato, che i romani andarono a catturare Gesu’ schierando una coorte ( cioe’ 600 uomini) un po’ tantino per arrestare un innocuo esaltato predicatore.
Non dimenticate poi, che l’episodio della cacciata dei commercianti dal Tempio potrebbe essere un atto di insurrezione, piuttosto che l’ira di un singolo. Da qui la giustificazione di Caifa che intende reprimerne uno piuttosto che avere tumulti in cui potrebbero andarci di mezzo in tanti...

Quindi, perche’ l’inserimento di un testo fasullo coevo dell’autentico Vangelo ( greco) di Matteo?

La risposta potrebbe essere data dalla certezza della presenza di Paolo a Roma ( un po’ meno del suo martirio sulla Pontina) a cui corrisponde l’assoluta mancanza di prove della presenza di Pietro.
Ora, poiche secondo i documenti ecclesiastici Clemente, il terzo papa romano riceve l’investitura dalle mani di Pietro e da qui legittima la discendenza papale, ecco che E’ ASSOLUTAMENTE NECESSARIO provare la presenza romana di Pietro.

La concatenazione degli eventi e’ chiara fin dal primo secolo:
Gli Apostoli hanno ricevuto il Paraclito dal Cristo Risorto e quindi sono gli unici testimoni di un avvenimento irripetibile.
Pietro e’ Protos il primo.

E' a Roma che dapprima timidamente e poi con più chiarezza si asserì che le parole di Gesù a Pietro conferiscono un primato a Roma. Fu dapprima Callisto (217-222) che, applicandosi tale testo, affermava di avere il potere di legare e sciogliere e quindi di accogliere nella Chiesa anche gli adulteri, in quanto la sua Chiesa era vicina al sepolcro di Pietro .

Il problema principale e’ che Pietro, per svariate testimonianze in proposito occupa la Cathedra di Antiochia e solo negli Atti si accenna al fatto che a seguito della presenza di Simone il Mago a Roma Pietro si reca costi’.


Papas Makarios
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Estero

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Inserito il - 24/01/2005 :  15:04:55  Mostra Profilo  Visita l'Homepage di Papas Makarios
TESTIMONIANZE:
Dal libro: Da Pietro al Papato di Fausto Salvoni:


a) I secolo . – Clemente Romano (ca. 96 d.C.) sa solo che la morte di Pietro – come quella di Paolo – fu l'effetto di grande gelosia:

« E' per l'invidia e gelosia che furono perseguitate le colonne eccelse e più giuste le quali combatterono sino alla morte. Poniamoci dinanzi agli occhi i buoni apostoli: Pietro che per effetto d'iniqua gelosia soffrì non uno, ma numerosi tormenti, e che, dopo aver reso testimonianza, pervenne al soggiorno di gloria che gli era dovuto. Fu per effetto di gelosia e discordia che Paolo mostrò come si consegua il prezzo della pazienza » .

Come si vede l'espressione è assai vaga per cui non se ne può trarre alcuna notizia sicura; risulta chiaro che Clemente non ha di lui notizie di prima mano, come del resto non ne ha neppure per Paolo, che certamente fu a Roma. Non si può nemmeno affermare che egli attesti il martirio di Pietro, poiché l'espressione: «dopo aver reso la sua testimonianza» (marturèin) non necessariamente indicava, a quel tempo, il morire martire.

b)
b) II secolo. – Sembra strano che Giustino , apologeta del II secolo, pur ricordando il Mago Simone, che secondo la letteratura clementina fu il più accanito avversario di Pietro a Roma, non nomini affatto l'apostolo. Anche Aniceto , vescovo romano (dal 157 al 167 d.C. a Policarpo che gli opponeva la tradizione di Giovanni circa la data della Pasqua, non rispose riallacciandosi alla tradizione di «Pietro e di Paolo» ma solo a quella dei «presbiteri» suoi predecessori .

Origene (Egitto-Palestina n. 153/154) è il primo a ricordarci che Pietro fu crocifisso a Roma con il « capo all'ingiù ».

« Si pensa che Pietro predicasse ai Giudei della dispersione per tutto il Ponto, la Galazia, la Bitinia, la Cappadocia e l'Asia e che infine venisse a Roma dove fu affisso alla croce con il capo all'ingiù, così infatti aveva pregato di essere posto in croce » .

On Oriente Dionigi, vescovo di Corinto, verso il 170 d.C., in una lettera parzialmente conservata da Eusebio, attribuisce a Pietro e Paolo la fondazione della chiesa do Corinto e la loro predicazione simultanea in Italia (= Roma) dove assieme subirono il martirio.


In Africa Tertulliano(morto ca. 200) ripete che Pietro fu crocifisso a Roma durante la persecuzione neroniana, dopo aver ordinato Clemente, il futuro vescovo romano (33) . Siccome egli biasimò Callisto che applicava a sé e a « tutta la chiesa vicina a Pietro » ( ad omnem ecclesiam Petri propinquam ), le parole del «Tu sei Pietro», si può arguire che egli vi ritenesse esistente il sepolcro di Pietro, dal quale proveniva alla comunità un certo prestigio .

Ireneo , vescovo di Lione (Gallia meridionale morto verso il 202), ricorda che «Matteo... compone il suo Vangelo mentre Pietro e Paolo predicavano e fondavano (a Roma) la chiesa» .

Verso la stessa epoca (fine del II secolo) abbiamo due altre testimonianze provenienti l'una da Roma (presbitero Gaio) e l'altra probabilmente dalla Palestina o dalla Siria (Martirio di Pietro).

c) Il presbitero Gaio parlando contro il montanista Proclo che esaltava la gloria di Gerapoli città della Frigia in Asia Minore, perché possedeva le tombe di Filippo e delle sue figlie profetesse, ricorda che Roma ha ben di più in quanto possiede i «trofei» (tropaia) degli apostoli Pietro e Paolo:

« Io posso mostrarti i trofei degli apostoli. Se vuoi andare al Vaticano oppure alla via Ostiense, troverai i trofei di coloro che fondarono quella chiesa » .

Che significa la parola «trofei»? Il sepolcro contenente le ossa di Pietro e di Paolo oppure un semplice monumento dei due apostoli nel luogo supposto del loro martirio? (36) . L'accostamento di questi due monumenti, eretti probabilmente da Aniceto (37) con il sepolcro di Filippo e delle sue figlie, favorisce l'interpretazione che pure essi contenessero i cadaveri dei due apostoli; tale in ogni modo è l'interpretazione che ne dà Eusebio di Cesarea .

e) III secolo. – Ci si presenta l'attestazione di Clemente Alessandrino (m, 215), che pur non affermando esplicitamente il martirio di Pietro a Roma, scrive il particolare desunto dalla tradizione, che l'Evangelo di Marco fu scritto a Roma durante la predicazione di Pietro in quella città:

« Quando Pietro predicava pubblicamente a Roma la parola di Dio e, assistito dallo Spirito vi promulgava il Vangelo, i numerosi cristiani che erano presenti, esortarono Marco, che da gran tempo era discepolo dell'apostolo e sapeva a mente le cose dette da lui, a porre in iscritto le sua esposizione orale » .

f) IV secolo. – Con il IV secolo la credenza del martirio di Pietro a Roma è ormai comune, per cui è superfluo addurre altri passi. Basti ricordare che, secondo il Lattanzio, Pietro e Paolo predicarono a Roma e che dissero rimase fisso nello scritto . Egli accusa poi Nerone d'aver ucciso Paolo e crocifisso Pietro.

Eusebio della sua Storia Ecclesiastica ricorda che Pietro fu a Roma al tempo dell'imperatore Claudio per combattervi Simone il Mago . La sua predicazione fu fissata nello scritto di Marco ; l'apostolo fu crocifisso con il capo all'ingiù mentre Paolo venne decapitato . Clemente fu il terzo successore di Pietro e Paolo .

Una tradizione risalente al III secolo ricorda la permanenza di Pietro a Roma per 25 anni (dal 42 al 67 d.C.), come appare dalla Cronaca di Eusebio che nell'anno 2° dell'imperatore Claudio (a. 42) così dice:

« L'apostolo Pietro, dopo la fondazione della Chiesa di Antiochia fu mandato a Roma dove predicò il Vangelo e visse per venticinque anni » .

Simile l'affermazione del Cronografo dell'a. 354(89 ) avvolta pure da Girolamo:

« Siccome Pietro deve essere stato vescovo della Chiesa di Antiochia e dopo aver predicato ai Giudei che si convertirono nel Ponto, nella Galazia, nella Cappadocia, nell'Asia e nella Bitinia, il secondo anno dell'imperatore Claudio (a. 42) andò a Roma per confutarvi Simone il Mago, e vi tenne la cattedra per 25 anni, ossia fino al 14° anno di Nerone (90) . La sua morte fu seguita pochi mesi dopo da quella dell'imperatore, quale castigo divino, secondo una profezia ricollegata alla morte degli apostoli «Nerone perirà da qui a non molti giorni » .

Oggi nessun studioso cattolico annette che Pietro sia rimasto a Roma per 25 anni, poiché ciò contrasterebbe sia con la cacciata dei cristiani da Roma al tempo di Claudio(92) , sia con la presenza di Pietro a Gerusalemme durante il convegno apostolico (ca. 50 d.C.). Si noti pure che, secondo Girolamo, Pietro venne a Roma per «smascherarvi il mago Simone », il che suggerisce un legame tra questa tradizione e le leggende di Simon Mago, per cui l'attendibilità di tale notizia ne risulta assai compromessa (93) . Di più la tradizione e l'ipotesi della sua lunga permanenza a Roma è contraddetta da alcuni dati biblici indiscutibili.

Nel 42 Pietro lascia Gerusalemme per recarsi ad Antiochia dove Paolo lo trova poco dopo (At 12, 1 s; Ga 2, 11).

Nel 40/50 v'è la riunione degli apostoli a Gerusalemme e in essa Pietro non parla affatto di un suo lavoro tra i Gentili, ma s'accontenta di riferire il fatto del battesimo di Cornelio. Sono Barnaba e Paolo che parlano invece della loro missione tra i Gentili (At 15, 7-11; cfr c. 17),

Nel 57 quando scrive ai Romani, Paolo, pur affermando di non voler lavorare in campo altrui, non dice affatto che la Chiesa era stata evangelizzata da Pietro, come sarebbe stato logico.

Nel 63/64, scrivendo le sue lettere dalla prigionia, Paolo mai allude alla presenza di Pietro (94) . Gli Ebrei desiderano sapere qualcosa di questa nuova «via» che è tanto avversata, come se nulla sapessero, il che sarebbe stato assurdo qualora Pietro fosse stato a Roma (At 28, 21-24).

Nel 64 d.C. v'è la persecuzione di Nerone con la probabile morte di Pietro. Ecco il brano di Tacito (ca. 60-120 d.C):

« Siccome circolavano voci che l'incendio di Roma, il quale aveva danneggiato dieci dei quattordici quartieri romani, fosse stato doloso, Nerone presentò come colpevoli, colpendoli con pene ricercatissime, coloro che, odiati per le loro abominazioni, erano chiamati dal volgo cristiani.
Cristo, da cui deriva il loro nome, era stato condannato a morte dal procuratore Ponzio Pilato durante l'impero di Tiberio. Sottomessa per un momento, questa superstizione detestabile, riappare non solo nella Giudea, ove era sorto il male, ma anche a Roma, ove confluisce da ogni luogo ed è ammirato quanto vi è di orribile e vergognoso. Pertanto, prima si arrestarono quelli che confessavano (d'essere cristiani), poi una moltitudine ingente – in seguito alle segnalazioni di quelli – fu condannata, non tanto per l'accusa dell'incendio, quanto piuttosto per il suo odio del genere umano. Alla pena vi aggiunse lo scherno: alcuni ricoperti con pelli di belve furono lasciati sbranare dai cani, altri furono crocifissi, ad altri fu appiccato il fuoco in modo da servire d'illuminazione notturna, una volta che era terminato il giorno. Nerone aveva offerto i suoi giardini per lo spettacolo e dava giochi nel Circo, ove egli con la divisa di auriga si mescolava alla plebe oppure partecipava alle corse con il suo carro. Allora si manifestò un sentimento di pietà, pur trattandosi di gente meritevole dei più esemplari castighi, perché si vedeva che erano annientati non per un bene pubblico, ma per soddisfare la crudeltà di un individuo » .

Si può quindi concludere che Pietro non fu affatto il fondatore della Chiesa di Roma e che, se vi venne come oggi appare quasi certo, vi giunse solo per subirvi il martirio. E' il pensiero del pagano Porfirio, un filosofo neoplatonico, che di Pietro dice: «Fu crocifisso dopo aver guidato al pascolo il suo gregge per soli pochi mesi » .



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Papas Makarios
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Inserito il - 24/01/2005 :  15:05:45  Mostra Profilo  Visita l'Homepage di Papas Makarios
Reperti archeologici

Reperti archeologici privi di valore storico
I più importanti, riconosciuti delle semplici leggende anche dai cattolici moderni, sono i seguenti:

a) La leggenda del carcere Mamertino.

Il nome di «carcere Mamertino» ricorre in tarde passioni di martiri per designare il carcere romano detto Tullianum, posto alle pendici meridionali del Campidoglio e costituito da un locale superiore. a mo' di trapezio e di uno inferiore rotondo, scavati nel tufo. Secondo gli Atti tardivi dei ss. Processo e Martiniano, due custodi del carcere in cui stavano racchiusi gli apostoli Pietro e Paolo, al vedere i miracoli da loro compiuti, chiesero di venire battezzati insieme con altri carcerati. Perciò Pietro con un gesto di croce, fece sgorgare le acqua dal monte Tarpeo onde poter così amministrare il battesimo.
L'itinerario di Einsiedeln (sec. VIII) menziona un santuario detto, in ricordo di tale miracolo, « fons Sancti Petri ubi est carcer eius». In quel torno di tempo nacque pure la tradizione che i due apostoli, mentre venivano trasferiti dal carcere superiore in quello inferiore, urtarono con la testa contro il tufo della parete, lasciandovi impressa l'effigie, che tuttora si mostra ai turisti che visitano quel luogo.
Si tratta di pure leggende poiché tale carcere, riservato ai sovrano o nobili rei di lesa maestà, non potè mai contenere i due apostoli; la scala non vi era perché i prigionieri venivano calati mediante una botola nella parte inferiore, dove era buoi pesto (e da dove non venivano più liberati); la sorgente (tullia) – sempre esistita – diede al carcere il nome di Tulliano, a meno che questo sia invece da ricollegarsi a Servio Tullio che vi aggiunse appunto tale parte inferiore .

b) L'oratorio del «Quo Vadis» .

E' una cappella eretta al 1° miglio della via Appia, per commemorare l'episodio di Pietro che, fuggendo da Roma durante la persecuzione, si vide venir incontro Gesù diretto invece verso l'Urbe. Alla domanda: « Signore, dove vai?» ( Domine, quo vadis?), il Maestro avrebbe risposto: «A Roma per essere crocifisso di nuovo » (57) .
Secondo la tradizione – pure ricordata dal Petrarca – Gesù avrebbe lasciato le impronte dei suoi piedi su di una selce, che rimase nell'oratorio Quo Vadis, erettovi a ricordo, fino al 1620 quando fu trasferita in S. Sebastiano e quivi venerata come reliquia su di un altare. In realtà la «pietra» con tale impronta non è altro che il monumento votivo posto in un non ben determinato santuario pagano da parte di un pellegrino a significare la strada da lui percorsa e il suo desiderio di eternare la propria presenza nel santuario stesso(58) .
Nonostante il recente tentativo da parte di P. Bonaventura Mariani (59) d'attribuire valore storico alla leggenda del Quo Vadis, si può dire che essa nacque dalla combinazione di due frasi, e precisamente dalla domanda di Pietro a Gesù: « Dove vai, Signore?» (Gv 13, 36-38) con un antico detto attribuito, esistente, secondo Origene, negli Atti di Pietro « Sarò crocifisso di nuovo ». E' pure possibile che la parola « denuo, desuper » (greco ànôthen , cfr Gv 3, 3) che oltre «di nuovo » indica «dal di su, dall'alto » abbia suggerito l'episodio della crocifissione di Pietro con il capo all'ingiù.

c) Cattedra di S. Pietro.

Si trova occultata in S. Pietro entro la gloria del Bernini, dove vi venne trasferita nel 1666, mentre l'aria rimbombava «di trombe, mortaretti con grandissimo concorso di popolo » (22 gennaio 1966). L'ultimo suo esame fu quello accurato, ma privo di mezzi tecnici moderni, compiuto nel 1867 dal De Rossi; ora il papa ha concesso l'autorizzazione per un suo studio scientifico. Così come si presentava ai suoi occhi «niun archeologo classico potrà attribuire ai tempi di Claudio la cattedra di Pietro », il cui telaio è di quercia giallastra in parte scheggiata per trarne reliquie, ed è munito in alto di quattro anelli per il suo trasporto quasi fosse una sedia gestatoria. La parte anteriore, formata da un riquadro composta da diciotto formelle in avorio raffiguranti le fatiche di Ercole dovrebbe risalire, secondo il Marrucchi al V-VI secolo dopo Cristo (al IX secolo secondo il Cecchelli). Il dorsale munito di rabeschi e culminante in un triangolo, restaurato forse nel XVII secolo, presenta il busto di imperatore dai mustacchi rilevanti ma privo di barba che, secondo il Garrucci, raffigurerebbe Carlo il Calvo e non Carlo magno, come comunemente si pensa, al quale converrebbe meglio la barba(60) . Un riferimento esplicito alla cattedra lignea gestatoria dell'apostolo, si ha nella epigrafe di papa Damaso (366-384) nel battistero vaticano (61) . Si tratta probabilmente della sedia usata nei riti liturgici dai pontefici romani e che poi, quando fu istituita la festa della Cattedra, verso il terzo secolo, fu riferita allo stesso apostolo.
La festa della «Cattedra», secondo Paolo Vi, è un'antichissima festa che risale al terzo secolo e si distingue per la festa per la memoria anniversaria del martirio dell'apostolo (29 giugno). Già nel quarto secolo la festa odierna è indicata come «Natale Petri de Cathedra». Fino a pochi anni fa il nostro calendario registrava due feste della Cattedra di S. Pietro, una il 18 gennaio, riferita alla sede di Roma e l'altra il 22 febbraio, riferita alla sede di Antiochia, ma si è visto che questa germinazione non aveva fondamento né storico né liturgico .
E' interessante notare che le date delle due feste corrispondono a quelle dell'antica festa della «caristia» che, i Romani, celebravano il 18 gennaio e i Celti al 22 febbraio, e quindi sarebbero da riallacciarsi ai refrigeri che si celebravano in onore di Pietro e di Paolo .
E' noto che nella celebrazione di questi banchetti sacri in onore dei morti – generalmente tenuti presso le tombe – si riservava una sedia vuota per il defunto che si supponeva presente di persona. Questi refrigeri si tennero per più anni nella Memoria degli apostoli nelle catacombe di S. Sebastiano, come vedremo . La espressione «Cattedra di Pietro » donava al vescovo di Roma un primato d'onore (non di giurisdizione) tra i vescovi, così come Pietro lo godeva tra i Dodici.
Dapprima si parlò solo di «cattedra della chiesa romana» come si legge nel Canone Muratoriano: «Il pastore di Erma fu scritto mentre sedeva sulla cattedra della chiesa romana suo fratello Pio » . Poi tale cattedra fu ricollegata a Pietro e Paolo (Ireneo), e infine, dall'inizio del sec. III, divenne la cattedra di Pietro, come appare in Tertulliano e specialmente in Cipriano . Come dice Agostino alla fine del IV secolo Atanasio, il papa del suo tempo, «siede oggi sulla stessa cattedra su cui Pietro sedette» (cfr Ep 52, 3). La festa liturgica della Cattedra di S. Pietro testifica la credenza che Pietro sia andato a Roma e abbia illustrato tale chiesa con il suo insegnamento.

d) S. Pietro in Vincoli.

La basilica non molto lontano dalle terme di Tito e Traiano, era già esistente al tempo di Sisto III (432-440), che la ricostruì in onore degli apostoli Pietro e Paolo. Sin dal V secolo vi si conservavano le « catene di ferro ben più preziose dell'oro » con cui Pietro venne incatenato, e che ancora oggi si possono vedere, e di cui sono già in vendita dei fac-simili assai ridotti per catenelle, orologi, pendagli, ecc. E' inutile dire che si tratta di pura leggenda, sorta probabilmente dal fatto, come ben osserva il Grisar, che li vicino vi era la prefettura urbana dove si amministrava la giustizia .

e) Pretesa abitazione di Pietro in casa del Senatore Pudente .

Secondo la leggenda di S. Pudenziana, il padre Pudente della nota famiglia senatoriale romana del I-II secolo d.C., sarebbe stato convertito al cristianesimo dall'apostolo Pietro, insieme alla moglie Claudia e ai suoi quattro figli, tra cui Pudenziana e Prassede. Nella sua casa sul Viminale sarebbe sorto il primo oratorio cristiano, che verso il 150 d.C. fu trasformato in chiesa da Pio I (ora vi sorge la basilica di S. Pudenziana); essa sarebbe quindi la più antica delle Basiliche romane, dimora forse dei vescovi romani del II secolo, per le molte tradizioni che le si ricollegano riguardanti il vescovo di Roma Pio I, suo fratello Erma, il filosofo Giustino e Ippolito. Gli scavi discesi sino a 9 metri sotto il pavimento della basilica nel 1928-32, hanno messo in luce un edificio termale della prima metà del II secolo, costruito su di una casa romana alla quale appartengono pavimenti e mosaico. Che questa casa fosse di proprietà del senatore Pudente risulta documentato da alcuni bolli di mattone rinvenuti nel 1894, tra i quali uno del I secolo ed altri di Servilio Pudente della prima metà del secondo. Gli scavi più recenti del 1962 hanno svelato altri mattoni e i pavimenti ben visibili a lithòstraton del tipo ricordato da Plinio il Vecchio nella sua Naturalis Historia, formato cioè di piccole tessere di mosaico bianco con incastonate delle crustae simili ai pavimenti di Aquileia, Pompei e Preneste. Un affresco del IX secolo, rinvenuto in una delle gallerie sotterranee, rappresenta l'apostolo Pietro tra le sorelle Pudenziana e Prassede. Se gli scavi mostrano l'antichità della casa e la sua appartenenza a Pudente (forse il Pudente ricordato da 2 Ti 4, 21), nulla ci possono però dire della presenza di Pietro, che poggia solo sulla leggenda si S. Pudenziana .


Scavi di valore
a) Catacombe di S. Sebastiano

Il luogo della Memoria Apostolorum è stato rinvenuto nel 1915 presso la via Appia sotto la basilica di S. Sebastiano ad Catacumbas, che, prima della inumazione del martire in quel luogo, si chiamava «Basilica degli Apostoli». Vi esisteva un luogo di raduno e di culto («triclia») dedicato alla venerazione di Pietro e di Paolo, come lo testificano i centoventun graffiti scritti in latino popolare come «Paule et Petre petite pro Victore» e i trentasette scritti in greco. Alcuni di essi attestano che vi si attuavano i «refrigeria» ossia i pasti funerari, quali si solevano attuare sulle tombe dei defunti . Vi alluderebbe anche il Liber Pontificalis che attribuisce al vescovo Damaso la fondazione di una chiesa sul luogo dove sotto il «platomia» (da correggere in platoma o lastra di marmo) avevano riposato i corpi dei santi apostoli Pietro e Paolo.

Dal momento che è difficile sostenere la traslazione delle salme in quel luogo (si trattasse pure del solo capo, come alcuni pretendono) e dal fatto che la sala non presenta alcun indizio di tomba, si potrebbe pensare che all'origine di tale culto stesse la convinzione che Pietro e Paolo vi avevano abitato da vivi in quanto tale casa giaceva proprio in un quartiere ebraico. Cio sarebbe confermato da una iscrizione di papa Damaso;

Hic habitasse prios sanctos conoscere debes
Nomina quisque Petri pariter Paulique requires

Pare che la venerazione in tale luogo ricevesse un grande impulso da parte della setta scismatica dell'antipapa Novaziano; più tardi esso sarebbe stato accolto dalla Chiesa romana come la memoria degli apostoli (70) . Anche se quest'ultima ipotesi non reggesse, rimane pur sempre chiaro che la Memoria Apostolorum non rivela l'esistenza di reliquie o del sepolcro di Pietro e Paolo.

Altri (ad esempio la Guarducci) pensano che tale luogo – contenente forse qualche reliquia di cose appartenenti agli apostoli – fosse stato usato per celebrare la loro memoria, quando un decreto imperiale impedì la riunione dei cristiani nei cimiteri, dove prima questi erano soliti adunarsi.

b) Gli scavi al Vaticano

Una tradizione assai antica, confermata da indicazioni liturgiche, afferma che il martirio di Pietro e la sua sepoltura avvenne sul colle Vaticano; basti ricordare il già citato presbitero Gaio, la cui opinione fu condivisa da Girolamo , dagli Atti di Pietro e Paolo che fanno seppellire Pietro sotto un terebinto presso la Naumachia (= circo) sul Vaticano e dal Liber Pontificalis che ne pone la sepoltura presso il palazzo di Nerone , dove Anacleto avrebbe eretto una memoria beati Petri . Lo stesso Liber Pontificalis , in una notizia tratta dagli Acta Silvestri , dice che Costantino, battezzato da Silvestro e guarito dalla lebbra, volle erigere sul Vaticano una basilica in onore di S. Pietro, nel luogo dove sorgeva un tempio ad Apollo, e vi trasferì il corpo di Pietro in una tomba circondata da lastre di bronzo e sormontata da una croce aurea .

Per saggiare quanto di vero ci fosse in tale tradizione Pio XII nel 1919 diede il via a scavi da attuarsi sotto l'altare della Confessione in mezzo a difficoltà tecniche enormi per non mettere in pericolo la stabilità del cupolone vaticano. Il 23 novembre 1950 il papa annunziò che era stata ritrovata la «tomba del principe degli apostoli ». La relazione ufficiale degli scavi (edita nel 1951) fu tuttavia meno esplicita al riguardo.

Gli scavi hanno documentato che l'imperatore Costantino doveva avere una seria regione per erigere quivi la sua basilica; infatti per poterla costruire fu costretto ad affrontare molteplici difficoltà, che non vi sarebbero state qualora il tempio fosse stato eretto altrove. Il luogo non era adatto, sicchè per avere la spianata sufficiente l'imperatore dovette attuare degli enormi lavori di sterro verso nord e costruire poderosi muraglioni di sostegno verso sud. Costantino fu poi obbligato a ricoprire un largo cimitero pagano assai denso, con un atto certamente impopolare, e che egli potè attuare solo in quanto Pontifex maximus . Sappiamo pure che questo cimitero era presso il circo di Nerone, perché C. Popilius Heracla (Popilio Eracla) afferma in una iscrizione che desiderava essere seppellito « in Vaticano ad circum » nel luogo dove la tradizione, sopra riportata, poneva la sepoltura di Pietro.

Quale motivo poteva spingere Costantino a costruirvi nel 335 la Basilica, se non il fatto che quivi v'era la tomba di Pietro (la zona era appunto un cimitero) o almeno il luogo del suo martirio?

Gli scavi effettuati dal 1940 al 1950 e dal 1953 al 1958 misero in luce la necropoli romana quivi esistente. Eccome le successive stratificazioni:

1) Piano della Basilica attuale con l'odierno altare papale risalente a Clemente VIII (1592-1605).

2) Sotto v'è l'altare eretto da Callisto II (1119-1124).

3) Ancora più sotto giace l'altare fatto erigere da Gregorio Magno (590-604).

4) Sotto affiora il monumento costantiniano ornato di marmi rari e di porfido.

5) Gli scavi hanno rivelato che il monumento eretto da Costantino racchiudeva una piccola edicola posta al livello della necropoli in una piazzuola del sepolcreto risultante da due nicchie sovrapposte, divise da una specie di mensa di travertino sostenuta da due colonnine marmoree. L'edicola, che doveva corrispondere al «trofeo» (tropaion) di cui parla verso il 200 il presbitero Gaio, dovrebbe risalire alla metà del II secolo, se essa fu costruita assieme al piccolo canale di drenaggio, poiché nel fognolo per convogliare l'acqua si trovano almeno quattro mattoni con il marchio Aurelii Caesaris et Faustinae Augustae (Aurelio fu imperatore dal 121 al 180).

La scoperta suscitò non pochi problemi e perplessità: la fossa identificata dai primi scavatori come tomba dell'apostolo era stata trovata, stranamente, quasi distrutta e vuota.. perché i graffiti non parlano di Pietro contro la testimonianza della Basilica Apostolorum che è tutta ripiena di invocazioni rivolte agli apostoli? . Dove giacevano le reliquie dell'apostolo? Si pensò in un primo tempo che il gruppo di ossa trovate in una piccola cavità, sotto la base del muro rosso (così detto dal colore dell'intonaco) cui è addossata l'edicola, rappresentassero i resti del martire, che fossero stati prelevati dalla tomba e nascosti in quell'anfratto. Tuttavia il carattere eterogeneo delle ossa (vene sono anche di animali) impedivano di riferirle a un uomo solo. Margherita Guarducci, docente di epigrafia a antichità greche all'Università di Roma, ha tuttavia rinvenuto nell'attiguo mausoleo dei Valeri, parzialmente danneggiata dal muro eretto da Costantino, una iscrizione assai enigmatica che ha di chiaro solo PETRU accanto a una testa calva. L'invocazione così suonerebbe: « Petrus, Roga T Xs HT pro sanctis hominibus chrestianis ad corpus tuum sepultis » . L'iscrizione anteriore alla costruzione di Costantino che la danneggiò parzialmente con il muro della Basilica, è posteriore al 180 perché è stata scolpita sul mausoleo pagano dei Valeri quando l'imperatore Marco Aurelio doveva essere già morto, perché vi appare divinizzato (m. 180 d.C.)(79) .

Di recente la stessa Guarducci esaminando il muro rosso nel lato dove una lastra marmorea ricopre la cavità posta a fianco dell'edicola, con commozione profonda vi lesse la seguente iscrizione greca « PETROS ENI », vale a dire « Pietro (è) qui» quasi a suggellare la traslazione delle sue ossa dal terreno sottostante al nuovo ripostiglio (cm 77 x 29 x 31). Tuttavia anche questa cavità risultava stranamente vuota e qui l'avventura assume un aspetto romanzesco.

In un angolo nascosto delle grotte vaticane la Guarducci trovò nel 1953 una cassetta contenente delle ossa, che da testimonianze di due sampietrini e da un biglietto che vi si trovava sarebbe provenuta – e poi stranamente dimenticata – da un ripostiglio scavato nel muretto che poggia contro il famoso muro rosso dove s'apriva l'edicola costruita sulla presunta fossa di Pietro. Dall'analisi di tali resti ad opera di specialisti risultò che appartenevano ad un individuo di sesso maschile, piuttosto robusto, sessanta-settantenne, e quindi dalle caratteristiche somatiche simili a quelle di Pietro. Frammenti di marmo, pezzettini di intonaco, delle monetine e alcuni fili di porpora mostravano la stima goduta da quelle reliquie dal tempo di Costantino, ai cui anni risalirebbe la porpora.

Gli studiosi si divisero tosto in due partiti di cui alcuni favorevoli ed altri ferocemente contrari ; a questi ultimi ribattè di recente la Guarducci in un agile volumetto nel quale, tra l'altro, getta l'accusa che gli scavi « furono eseguiti con metodo non sempre impeccabile e spesso con spirito di osservazione palesemente scarso» .

Si può quindi concludere che quel mausoleo, meta di visitatori i quali vi gettarono anche delle monete, fosse un monumento eretto sul luogo del martirio di Pietro e forse anche la sua tomba; le ossa quivi rinvenute possono appartenere al Martire, anche se gravi dubbi ci consigliano molta prudenza . Per raggiungere tale certezza occorrerebbe provare, come giustamente osserva il cattolico Hubert Jedin, che il corpo di Pietro non fu bruciato dopo l'esecuzione, che il suo cadavere non sia stato mutilato, che esso non sia stato deposto in una fossa comune, e che i cristiani abbiano avuto la possibilità di prelevarne il cadavere . Di più non vi è traccia di alcun interesse o culto delle reliquie prima del martirio di Policarpo a Smirne . Gli Atti apocrifi di Pietro (c. 40) biasimano Marcello per aver seppellito Pietro nel suo stesso sepolcro, dicendo « lascia che i morti seppelliscano i loro morti ». Il che dimostra che verso la fine del II secolo i cristiani respingevano totalmente il culto delle tombe. Gli stessi vescovi romani non ebbero delle tombe proprie che a partire dal III secolo nelle catacombe di S. Callisto .

Ad ogni modo dopo i recenti reperti di M. Guarducci, si può pensare che il «trofeo» di cui parla il presbitero Gaio fosse considerato la tomba dell'apostolo Pietro. Probabilmente ciò pervenne dall'associazione del luogo del supplizio con la vicinanza del cimitero.





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Hard Rain
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Inserito il - 24/01/2005 :  15:46:57  Mostra Profilo  Visita l'Homepage di Hard Rain
Solo un commento sulla questione di Bar Jonas. Non è escluso che l'errore, diciamo così, sia nella traduzione italiana che ha tradotto con figlio di Giona. Il testo greco poteva semplicemente essere un esempio di traslitterazione di qualche parola ebraica od aramaica come - appunto - barjonas tutto attaccato. I manoscritti antichi poi non aiutavano molto la comprensione dei termini difficili perchè venivano scritti secondo la tecnica della scriptio continua e in molti casi si creavano delle confusioni non da poco (ci sono degli esempi classici in proposito).

Un esempio simile di possibile traslitterazione lo abbiamo nella definizione del titolo di "Nazareno" dove sicurmente il termine greco Nazoraios deriva dalla traslitterazione di qualche termine ebraico, per esempio basato sulla radice natsar o sulla parola netser che significa germoglio o virgulto (dove il gruppo ts è una tsadi, un'unica lettera ebraica, il cui suono guarda caso coincide con una zeta italiana). Quando non si riesce a tradurre esattamente una parola in una lingua in genere si traslittera. Non è escluso che il traduttore greco abbia compiuto questa operazione.

Sulla presenza di Pietro a Roma e l'eventuale esistenza di testi proto ebraici segnalo le segg. citazioni:

Cit. di Ireneo di Lione (140-200 d.C. circa) in Storia Ecclesiastica, 5.8.2-4 – “Matteo pubblicò un Vangelo scritto per gli Ebrei nella loro lingua mentre Pietro e Paolo predicavano il Vangelo a Roma e fondavano la Chiesa. Dopo la loro dipartita Marco, il discepolo ed interprete di Pietro, ci tramandò per iscritto quello che era stato predicato da Pietro. Anche Luca, il compagno di Paolo, registrò in un libro quello da lui predicato [da Paolo]. Successivamente Giovanni, il discepolo del Signore che si era piegato sul suo petto [cfr. Gv 13:25 e 21:20], pubblicò un Vangelo mentre risiedeva ad Efeso in Asia.”

Cit. di Papia di Gerapoli (70-150 d.C. circa) in Eusebio, Storia Ecclesiastica, 3.39.4 e 3.39.15 - “Appena mi si presentava l’occasione di incontrare uno che avesse conosciuto i presbiteri [sono gli Apostoli], io chiedevo loro ciò che avevano detto questi presbiteri, ciò che aveva detto Andrea, Pietro, Filippo, Tommaso, Giacomo, Giovanni, Matteo, qualche altro discepolo del Signore e ciò che dicono Aristione o Giovanni. Io non credevo che quanto contengono i libri mi potesse rendere più grande servizio della voce viva e sussistente […] Diceva quel presbitero [Giovanni]: Marco, interprete di Pietro, scrisse con cura, ma senza ordine, tutto ciò che ricordava di quanto Cristo aveva detto.

Nel testo greco Papia utilizza proprio il termine ermeneutes (che significa traduttore, interprete) con riferimento a Marco. Egli sarebbe stato un traduttore o interprete dell'apostolo Pietro a Roma.

Per ulteriori informazioni sul possibile sostrato ebraico dei vangeli vedi anche le mie note alla pagina web:

http://digilander.libero.it/smassuntapadulle/archeologia/Teoria%20di%20Carmignac.htm


Modificato da - Hard Rain in data 24/01/2005 15:52:11
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Papas Makarios
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Estero

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Inserito il - 25/01/2005 :  06:33:14  Mostra Profilo  Visita l'Homepage di Papas Makarios
Sono andato a leggere il link: veramente interessante.

Papas Makarios diffida di Ireneo e Papias.
Non lo metterebbe mai per iscritto, ma piu' volte ha espresso dubbi anche sulla capacita' del redattore della Vulgata ( vista la poverta' del latino con cui l'ha redatta) di poter tradurre dall'aramaico e dal greco.

Forse e' un lavoro "scolastico"
e lo dimostra il fatto che ce ne siano in circolazione ancora un'ottantina di copie, segno che dopo l'editto di Costantino, dev'essere stata distribuita in modo massiccio!
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Hard Rain
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Inserito il - 25/01/2005 :  08:34:05  Mostra Profilo  Visita l'Homepage di Hard Rain
Secondo quello che è noto la Vulgata (o almeno una grossa parte di essa) venne tradotta dai testi in ebraico (per la parte relativa all'Antico Testamento) da San Girolamo. Questa traduzione può essere messa a confronto con il Codex Vaticanus (300-325 d.C. circa) o con il Codex Sinaiticus (350-370 d.C. circa) che riportano l'Antico Testamento (oltre che il Nuovo Testamento) scritti in greco un centinaio di anni prima San Girolamo. Abbiamo poi tutto il materiale rinvenuto a Qumran che è molto antico (si arriverà all'incirca fino al 200 a.C. con i frammenti più antichi). Sarebbe interessante valutare la consistenza della Vulgata latina sulla base di questi documenti più antichi (sicuramente qualcuno lo ha già fatto). Effettivamente comunque la Vulgata, cara ai cattolici, ha perso molta importanza e le ultime versioni della Bibbia cattolica - penso a quella della C.E.I. - attingono a piene mani sia dai lavori di revisione critica del Nuovo Testamento iniziatisi a finire dal XIX secolo (per opera degli inglesi di Westcott ed Hort) sia dai manoscritti più antichi, probabilmente nei prossimi anni assisteremo a edizioni basate sui documenti di Qumran dell'AT. La Vulgata non è l'unica traduzione in latino della Bibbia, prima di San Girolamo esistevano già altre traduzioni considerate non molto affidabili (oggi sono catalogate nel cosiddetto testo occidentale che spesso aveva la tendenza ad introdurre nel testo anche materiale spurio proveniente da tradizioni orali) traduzioni che oggi vanno sotto il nome tecnico di Vetus latina. Questo ha causato non poche polemiche accademiche (ma molto importanti) con i protestanti e gli anglicani, che sono ancora attaccati al Textus Receptus un tipo di testo che considera invece tutti i manoscritti non tralasciando nulla (diciamo che questo tipo di testo non si pone il problema di eliminare le interpolazioni e le aggiunte successive considerandio tutto - ma proprio tutto - divinamente ispirato).

http://digilander.libero.it/smassuntapadulle/archeologia/papirologia.htm

Modificato da - Hard Rain in data 25/01/2005 08:39:58
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quid est veritas
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Liguria

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Inserito il - 25/01/2005 :  11:30:38  Mostra Profilo  Visita l'Homepage di quid est veritas
Personalmente sono d'accordo con l'interpretazione del possibile "errore" di traduzione di Barjonas legato a traslitterazioni.

Sono altrettanto d'accordo con Aldo che il primato di Pietro nel vangelo di Matteo e' un'aggiunta clamorosa.

Non credo che Gesu' possa aver detto quelle parole, tanto e' vero che alla domanda degli apostoli
(riportata in tutti i sinottici) su chi fosse il più grande, Gesù ha sempre risposto con la similitudine dei bambini.

L'aggiunta al finale di vangelo di Giovanni non credo che sia li' per sottolineare il primato di Pietro,
ma - come per l'episodio dell'adultera - credo che sia qualcosa che gironzolava e l'hanno piazzato li'. E forse
per dare seguito a quanto riportato a meta' vangelo (Gv 13-36), quando:
Simon Pietro gli dice: «Signore, dove vai?». Gli rispose Gesù: «Dove io vado per ora tu non puoi seguirmi; mi seguirai più tardi».

Nel vangelo di Tommaso, alla domanda "da chi andremo?" Gesu' risponde "da Giacomo il Giusto", cioe' suo fratello,
che infatti fu a capo della prima comunita' cristiana di gerusalemme.

Secondo me non era intenzione di Gesu' stabilire alcun primato, ne' tantomeno una Chiesa con struttura gerarchica.
Il rapporto dell'uomo con Dio sembra essere, secondo Gesu', un rapporto individuale, tra Padre (abba') e figliolo.
La costituzione di una struttura "istituzionale", con riti e precetti, era piu' nella testa
dei discepoli e degli apostoli (secondo la loro mentalità
ebraica) che poi infatti hanno litigato su
tante cose perche' forse non avevano compreso fino in fondo il messaggio che gli era stato affidato.
Di riflesso, troviamo queste cose nei Vangeli. Magari scritte anche in buona fede.

Ciao, a presto.

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Hard Rain
Membro liv.#3


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Inserito il - 25/01/2005 :  13:11:53  Mostra Profilo  Visita l'Homepage di Hard Rain
Anche io non sono convinto del fatto che Gesù volesse fondare una istituzione, una Chiesa. Sicuramente non quella che poi si è sviluppata ma qualcosa di diverso. Sul rapporto individuale tra Dio e l'uomo mi piace sottolineare i segg. versetti:

Matteo 6:5-6 Quando pregate, non siate simili agli ipocriti che amano pregare stando ritti nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, per essere visti dagli uomini. In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Tu invece, quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.

Giovanni 14:23 Gli rispose Gesù: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui.

Sulla questione di Matteo 16:17 nel testo greco è scritto proprio Simôn Bariôna (dove la ô è una omega) quindi non c'è "inganno" se vogliamo dire così, il traduttore greco probabilmente ha riportato Bariôna traslitterando dall'aramaico altrimenti al posto di questa parola avrebbe scritto huiou Iona che significa figlio di Giona in greco, invece al posto di bar non ha scritto huoiu. Semmai sono le traduzioni italiane che sono andate a tradurre il Bariona interpretandolo come figlio di Giona invece che con la seconda spiegazione del termine (un agitatore, un sovversivo). Mi piacerebbe però conoscere esattamente il termine ebraico/aramaico che sta per sovversivo o agitatore. Non vorrei che Bariôna fosse proprio soltanto un semplice cognome.

http://digilander.libero.it/smassuntapadulle/archeologia/papirologia.htm

Modificato da - Hard Rain in data 25/01/2005 13:13:31
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quid est veritas
Membro liv.#3


Liguria

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Inserito il - 25/01/2005 :  16:28:37  Mostra Profilo  Visita l'Homepage di quid est veritas
citazione:
Messaggio inserito da Hard Rain

Sulla questione di Matteo 16:17 nel testo greco è scritto proprio Simôn Bariôna (dove la ô è una omega) quindi non c'è "inganno" se vogliamo dire così,



E se il testo fosse davvero cosi', e Gesu' avesse veramente voluto indicare Pietro come "figlio di Giona"?
Non nel senso di figlio di sangue, ma nel senso di somiglianza di comportamento.
E la figura di Giona, in quanto "testa di cavolo", direi che si puo' accostare a quella di Simone detto "Pietro"
Che ne pensate?

Ciao
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cornelio
Membro liv.#0


1 Messaggi

Inserito il - 25/01/2005 :  17:52:58  Mostra Profilo  Visita l'Homepage di cornelio
Salve sono nuovo in questo forum.
Volevo solo esprimere la mia opinione in questa discussione a mio avviso molto importante.
Gesù ha detto: <<Tu sei Pietro e su questa pietra fonderò la Mia Chiesa>>. Forse si riferisce al riconoscimento di Dio nel Figliuol dell'Uomo, e questo riconoscimento è la roccia (o pietra) su cui costruire la propria casa della fiducia in Dio, e non sulla sabbia del proprio intelletto.
E anche la frase: <<Tutto ciò che avrai legato sulla terra, resterà legato nei 'Cieli', e tutto ciò che avrai sciolto sulla terra resterà legato nei 'Cieli'>>.
Intendeva dire (penso io) che se Pietro (ed erano rivolte a lui queste parole, ma anche a ciascun uomo)perdonava a chi gli aveva procurato offesa, oppure danno, anche il 'Cielo' perdonava questo peccato: ma se l'offeso non perdonava, come poteva il 'Cielo' perdonare andando a ledere il Libero Arbitrio di ciascun essere? (sempre se il 'peccato' era veramente tale).
Non ha forse detto Gesù: <<A chi perdona sarà anche perdonato>>.
Forse la frase unica che risulta nell'Evangelo, può essere la sintesi di discorsi diversi, riuniti in un'unica frase.
Forse!!!
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mamy
Membro liv.#4


Puglia

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Inserito il - 25/01/2005 :  20:13:32  Mostra Profilo  Visita l'Homepage di mamy
E se il testo fosse davvero cosi', e Gesu' avesse veramente voluto indicare Pietro come "figlio di Giona"?

“E Gesù gli rispose: -Beato te, Simone figlio di Giona” - sappiamo che spesso figlio significa colui che assomiglia a qualcuno: figlio di Giona significa che assomiglia a Giona.
Giona è un profeta, l’unico profeta, che ha fatto esattamente il contrario di quello che Dio gli aveva chiesto di fare.
Dio aveva detto a Giona: c’è Ninive, una città che vive nel peccato. Vai e prega che si converta, altrimenti la distruggo.
Giona anziché andare a oriente, si è imbarcato ed è andato a occidente, dalla parte contraria, in modo che la gente non si convertisse e Dio, di conseguenza, distruggesse la città di Ninive. Giona ha fatto il contrario di quello che il Signore gli aveva chiesto di fare.

Anche Pietro fa spesso il contrario di quello che Gesù gli chiede di fare. Ma come Giona, alla fine, si ravvederà; c’è una possibilità di ritorno, di conversione anche per Pietro.

Nello stesso paragrafo 16, al versetto 23, Gesù "disse a Pietro :-Lungi da me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perchè non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!"

La figura di Simon Pietro è la più citata nei vangeli e anche la più controversa.
In Giovanni 1,42 : "Gesù fissatolo disse:- .....ti chiamerai Cefa (che vuol dire Pietro)".
Gesù fissa Simone, e lo fotografa: cocciuto, testardo, duro a capire, o addirittura pietra d'inciampo, dello scandalo.
Ma anche mattone, roccia, pietra su cui costruire.

A me sembra che in Pietro si concentrino e si riassumino tutte le contraddizioni, le difficoltà e le infedeltà della vita del credente.
Spesso Pietro, specie nel Vangelo di Giovanni, cerca di mettersi in mostra, di proporsi come leader, e sempre Gesù lo regarduisce.

Davvero difficile non pensare che qualcosa non quadra.




Anna

Modificato da - mamy in data 25/01/2005 22:48:30
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mamy
Membro liv.#4


Puglia

604 Messaggi

Inserito il - 25/01/2005 :  21:05:06  Mostra Profilo  Visita l'Homepage di mamy

per Cornelio

Credo anch'io che la risposta di Pietro sia molto importante: “«Tu sei il Messia, il Figlio del Dio vivente»” (Mt. 16,16.

Gesù chiede ai suoi discepoli: “che dicono gli uomini che sia il Figlio dell’uomo?”, cioè l’uomo secondo il progetto originario, l’uomo che ha condizione divina.
La risposta dei discepoli è un disastro.
Ed è un disastro del quale essi sono colpevoli, perché essi, non avendo le idee chiare su Gesù, che li aveva già mandati a predicare, ad annunciare il regno, hanno fatto una grande confusione su di lui.

Questa confusione si vede dalle risposte.
“Essi risposero: «Qualcuno Giovanni il Battista,” - ma come poteva essere Gesù, Giovanni il Battista se era stato ammazzato? Ma c’era la credenza che i martiri resuscitavano immediatamente. E questo era uno dei temi che ossessionava Erode. Erode era ossessionato da Gesù perché diceva: questo è Giovanni il Battista, al quale io ho tagliato testa.
- “alcuni poi Elia,” – Elia, perché secondo la storia ebraica Elia non era morto, era stato rapito in cielo e si credeva che “Elia verrà per preparare la strada del Messia”. Anche Elia è un personaggio che era animato da zelo violento.
- “altri Geremia” - si raccontava che Geremia era stato condannato a morte, ma al momento della lapidazione, Dio l’aveva nascosto dietro una pietra e si era salvato.
- “oppure uno dei profeti»” (Mt. 16,14).
Di tutte queste risposte nessuna è azzeccata e comunque tutti i personaggi che riguardano il passato, non il presente.

Questo significa che nessuno dei discepoli ha capito chi è Gesù.
Quando l’evangelista scrive queste cose è per fare comprendere alla comunità che la novità di Gesù è talmente grande che è possibile recepirla a piccoli aspetti, un poco alla volta.
Questa è stata la difficoltà che hanno avuto i discepoli e che possiamo avere anche noi.

“«Tu sei il Messia, il Figlio del Dio vivente»” (Mt. 16,16).
Finalmente Simone Pietro, a nome del gruppo, riconosce in Gesù non il figlio di Davide, ma il Figlio di Dio (era già stato riconosciuto Gesù come Figlio di Dio) ma Pietro aggiunge “vivente”, cioè colui che comunica vita.

Questo è molto importante perchè si riteneva che il Messia fosse il figlio di Davide.
Davide era stato il re che per primo aveva unificato le dodici tribù, aveva inaugurato il regno d’Israele attraverso un bagno di sangue.
Era talmente violento che Dio non gli ha permesso di costruire il tempio perché le sue mani erano troppo sporche di sangue.
Ma nella tradizione ebraica era l’immagine del re ideale, per cui il Messia quando sarebbe venuto, sarebbe stato figlio - e cioè colui che assomiglia al padre - di Davide, cioè si comporterà come il padre.

Ebbene, Pietro, finalmente, a nome dei discepoli, capisce che Gesù non è il figlio di Davide, ma è il Figlio di Dio.




Anna
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